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Cinzia Pierangelini

Blog di una narratrice musicista
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Il rimorso

settembre21

Comunque sia, qualunque cosa succeda io credo sia importante non ‘andar via’ con il rimorso. Ne ho tanto, per tutte le creature che ho mangiato… insopportabile davanti alla realtà, alla crudeltà di ogni singola uccisione. E se ho una paura, riguardo a un eventuale improbabile giudizio universale, è che mi si chieda ‘Come ti sei permessa?’. Perché la vera domanda è questa. Non ‘Come hai potuto’ ma ‘Chi ti ha dato il permesso di farlo?’. Di levare la vita, di giudicare ‘utili o inferiori’ altri esseri. Il rimorso, ecco.  La coscienza.

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america

giugno5

pupidizuccaro.wordpress.com/2009/06/05/america-di-cinzia-pierangelini/

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america

febbraio4

racconto scritto per il gioco Domino di Laura e Lory


America

 

– Io sto bene, e poi? Che ci vuole scrivere, poi, a Tommaso, commare Anna?

La vecchia rimane a testa bassa, guardandosi i polpacci sformati dal lavoro infilati nelle calze pesanti, o forse le brutte ciabatte da uomo che è obbligata a portare a causa dell’artrosi deformante. Si torce le mani screpolate, cercando le parole giuste; e prima che, con uno sforzo enorme, si decida a continuare, i suoi baffi grigiastri, quasi esili fili d’erba in un deserto, come per una brezza gentile hanno un brivido.

– E macari ‘a zza Pina e Gluglù- aggiunge, finalmente, detergendosi con il lembo del fazzolettone il labbro imperlato di sudore.

E stanno bene anche la zia Pina e… ma chi è Gluglù?- chiede l’uomo delle lettere, incuriosito da quel buffo nome.

Come sorpresa nel compiere una cattiva azione, comare Anna ha un sussulto. Gli occhi le si riempiono di terrore. Con la mano fa segni nell’aria a dire: ‘ No no, cancella, cancella subito’.

Gluglù non sta bene?- domanda l’uomo delle lettere, confuso.

– Bene, bene sta il tacchino! Smoviamoci! – La vecchia si volta appena a guardare con astio l’uomo che, dalla fila dietro di lei, ha parlato a voce troppo alta, apposta, scatenando l’ilarità generale.

Il sole comincia a picchiare e se l’uomo delle lettere si è fatto sistemare il tavolino sotto un enorme ficus, all’ombra, il resto della gente smania di caldo e insofferenza.

-Commare Anna, senza offesa, n’annacamu? Taddu si sta fannu- aggiunge una donnetta, sventolandosi col grembiule.

-Allora?- domanda l’uomo delle lettere; ma la vecchia pare avere ingoiato la lingua, si  strapazza le mani tanto da averle color sangue e il tremito dei lunghi baffi grigi sembra avere ormai una vita propria, animalesca.

-Faremo così, commare, la aiuto io, la sua vicina ha ragione: è tardi e bisogna sbrigarsi. Va bene?- e l’uomo, senza attendere risposta, si mette a scrivere.

Comare Anna lo osserva da sotto in su, affatata da quei gesti che le paiono prodigiosi: l’inchiostro traccia segni indecifrabili, in un battibaleno la pagina ne è piena. A lei pare di veder correre gatti neri, velocissimi, da un lato all’altro del foglio candido. L’uomo delle lettere è un mago, intento in un compito estremo e infatti una goccia di sudore gli scivola dalla fronte corrugata nello sforzo. Fa appena in tempo a sfregarla via con il fazzoletto, ancora un momento e sarebbe finita sulla lettera, macchiandola irreparabilmente. L’uomo delle lettere è un santo.

-Ecco qua, commare, ve la leggo: –Tommaso, caro figlio mio, io sto bene e anche la zia Pina gode di ottima salute. Qui la vita è la solita, faticosa come sai anche tu. Ma non devi preoccuparti per noi. Da quando sei partito per l’America attendo tue notizie e questa è la quinta lettera che ti scrivo e ti penso sempre – L’uomo delle lettere si ferma, come a prendere fiato e alza gli occhi sulla vecchia, lo sguardo gli si vela di tristezza, ma subito riprende: – Sono sicura che stai bene e hai trovato lavoro e che quanto prima ci farai una bella sorpresa. Non dimenticare mai il tuo paese e tutti e io ti aspetto con pazienza e prego per te ogni giorno. Tua madre.-  Va bene? Ci pari bbona, signoruzza?Adesso ci vuole solo la firma, quella deve metterla lei, commaredda bedda-.

La donna si alza, rigida come uno stoccafisso, adesso il tremito dai baffi se n’è andato in giro un po’ ovunque, a casaccio: le vacilla un ginocchio, le battono i denti e la mano destra si muove a scatti come quella dei pupi a teatro.

-E che succede? Emozione c’è? Ancora? Di nuovo la mano ci devo tenere, commaruzza? E poi, ce lo dissi già l’altra volta: non c’è bisogno che si mette sull’attenti per firmare, avanti mi si ssetta di novu, capaci chi mi cadi n’tera sennò- L’uomo delle lettere gira il foglio e, prendendo nella sua la mano della vecchia, l’aiuta a tracciare una croce malferma e sbilenca.

 – Ha visto? Tutto finito è! E che ci voleva? Che c’è pericolo a firmare? La penna una spada è? Oh, e  abbiamo terminato-.

-Alleluia!- strillano dalla fila che ora si agita indisciplinata, accesa di ottimismo.

-Be’, ci sarebbe ancora…- aggiunge l’uomo delle lettere, facendole l’occhiolino; ma comare Anna già si è rialzata, da terra ha tirato su un involto e l’ha deposto sul tavolo.

-Solo questo avevo- borbotta, e per la prima volta alza lo sguardo, fissando l’uomo delle lettere. Poi, si gira e s’incammina, decisa, sulle sue scarpacce, verso i campi.

L’uomo delle lettere rimane un attimo assorto a fissarla , mentre si allontana, controluce.  Infine apre l’involto, e già un’altra donna  siede al tavolo, pronta per la propria lettera.

-Un tacchino –

– Gluglù – precisa la donna, con un’occhiata alla bestia – Era di Tommaso, come un canittu lo teneva; e il tacchino?  propio come un cane facìa!-

L’uomo delle lettere richiude il pacchetto, lo pone accanto agli altri pagamenti e, imbustata la lettera di comare Anna, compone l’indirizzo del destinatario: Per Tommaso- America

Di nuovo un’ombra di tristezza gli appanna lo sguardo, ma è un attimo, ché già scuote il capo e con voce allegra chiede alla nuova arrivata: -E allora, signoruzza mia, che ci scriviamo invece al suo Pasquale?-.

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america

febbraio4

racconto scritto per il gioco Domino di Laura e Lory


America

 

– Io sto bene, e poi? Che ci vuole scrivere, poi, a Tommaso, commare Anna?

La vecchia rimane a testa bassa, guardandosi i polpacci sformati dal lavoro infilati nelle calze pesanti, o forse le brutte ciabatte da uomo che è obbligata a portare a causa dell’artrosi deformante. Si torce le mani screpolate, cercando le parole giuste; e prima che, con uno sforzo enorme, si decida a continuare, i suoi baffi grigiastri, quasi esili fili d’erba in un deserto, come per una brezza gentile hanno un brivido.

– E macari ‘a zza Pina e Gluglù- aggiunge, finalmente, detergendosi con il lembo del fazzolettone il labbro imperlato di sudore.

E stanno bene anche la zia Pina e… ma chi è Gluglù?- chiede l’uomo delle lettere, incuriosito da quel buffo nome.

Come sorpresa nel compiere una cattiva azione, comare Anna ha un sussulto. Gli occhi le si riempiono di terrore. Con la mano fa segni nell’aria a dire: ‘ No no, cancella, cancella subito’.

Gluglù non sta bene?- domanda l’uomo delle lettere, confuso.

– Bene, bene sta il tacchino! Smoviamoci! – La vecchia si volta appena a guardare con astio l’uomo che, dalla fila dietro di lei, ha parlato a voce troppo alta, apposta, scatenando l’ilarità generale.

Il sole comincia a picchiare e se l’uomo delle lettere si è fatto sistemare il tavolino sotto un enorme ficus, all’ombra, il resto della gente smania di caldo e insofferenza.

-Commare Anna, senza offesa, n’annacamu? Taddu si sta fannu- aggiunge una donnetta, sventolandosi col grembiule.

-Allora?- domanda l’uomo delle lettere; ma la vecchia pare avere ingoiato la lingua, si  strapazza le mani tanto da averle color sangue e il tremito dei lunghi baffi grigi sembra avere ormai una vita propria, animalesca.

-Faremo così, commare, la aiuto io, la sua vicina ha ragione: è tardi e bisogna sbrigarsi. Va bene?- e l’uomo, senza attendere risposta, si mette a scrivere.

Comare Anna lo osserva da sotto in su, affatata da quei gesti che le paiono prodigiosi: l’inchiostro traccia segni indecifrabili, in un battibaleno la pagina ne è piena. A lei pare di veder correre gatti neri, velocissimi, da un lato all’altro del foglio candido. L’uomo delle lettere è un mago, intento in un compito estremo e infatti una goccia di sudore gli scivola dalla fronte corrugata nello sforzo. Fa appena in tempo a sfregarla via con il fazzoletto, ancora un momento e sarebbe finita sulla lettera, macchiandola irreparabilmente. L’uomo delle lettere è un santo.

-Ecco qua, commare, ve la leggo: –Tommaso, caro figlio mio, io sto bene e anche la zia Pina gode di ottima salute. Qui la vita è la solita, faticosa come sai anche tu. Ma non devi preoccuparti per noi. Da quando sei partito per l’America attendo tue notizie e questa è la quinta lettera che ti scrivo e ti penso sempre – L’uomo delle lettere si ferma, come a prendere fiato e alza gli occhi sulla vecchia, lo sguardo gli si vela di tristezza, ma subito riprende: – Sono sicura che stai bene e hai trovato lavoro e che quanto prima ci farai una bella sorpresa. Non dimenticare mai il tuo paese e tutti e io ti aspetto con pazienza e prego per te ogni giorno. Tua madre.-  Va bene? Ci pari bbona, signoruzza?Adesso ci vuole solo la firma, quella deve metterla lei, commaredda bedda-.

La donna si alza, rigida come uno stoccafisso, adesso il tremito dai baffi se n’è andato in giro un po’ ovunque, a casaccio: le vacilla un ginocchio, le battono i denti e la mano destra si muove a scatti come quella dei pupi a teatro.

-E che succede? Emozione c’è? Ancora? Di nuovo la mano ci devo tenere, commaruzza? E poi, ce lo dissi già l’altra volta: non c’è bisogno che si mette sull’attenti per firmare, avanti mi si ssetta di novu, capaci chi mi cadi n’tera sennò- L’uomo delle lettere gira il foglio e, prendendo nella sua la mano della vecchia, l’aiuta a tracciare una croce malferma e sbilenca.

 – Ha visto? Tutto finito è! E che ci voleva? Che c’è pericolo a firmare? La penna una spada è? Oh, e  abbiamo terminato-.

-Alleluia!- strillano dalla fila che ora si agita indisciplinata, accesa di ottimismo.

-Be’, ci sarebbe ancora…- aggiunge l’uomo delle lettere, facendole l’occhiolino; ma comare Anna già si è rialzata, da terra ha tirato su un involto e l’ha deposto sul tavolo.

-Solo questo avevo- borbotta, e per la prima volta alza lo sguardo, fissando l’uomo delle lettere. Poi, si gira e s’incammina, decisa, sulle sue scarpacce, verso i campi.

L’uomo delle lettere rimane un attimo assorto a fissarla , mentre si allontana, controluce.  Infine apre l’involto, e già un’altra donna  siede al tavolo, pronta per la propria lettera.

-Un tacchino –

– Gluglù – precisa la donna, con un’occhiata alla bestia – Era di Tommaso, come un canittu lo teneva; e il tacchino?  propio come un cane facìa!-

L’uomo delle lettere richiude il pacchetto, lo pone accanto agli altri pagamenti e, imbustata la lettera di comare Anna, compone l’indirizzo del destinatario: Per Tommaso- America

Di nuovo un’ombra di tristezza gli appanna lo sguardo, ma è un attimo, ché già scuote il capo e con voce allegra chiede alla nuova arrivata: -E allora, signoruzza mia, che ci scriviamo invece al suo Pasquale?-.

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per Sergio Consani

gennaio13

ricordi il gioco dei racconti che facemmo una sera in albergo con Piovani?Era il ’94 e io arrivai terza, fu la prima volta in vita mia che scrissi un racconto…ripresi, ma sarebbe giusto dire cominciai, a scrivere dopo 10 anni nel 2004 (e ancora non ho smesso). Non ricordo più se fu il tuo racconto a vincere la gara, un racconto sulle formiche? Così mi pare di ricordare, molto divertente. Ricordo anche che Piovani pensava avessi scritto una cosa incomprensibile su un cane, mi pare. Tu ricordi il mio? Lo pubblicai nel primo libro, in memoria del magico momento! eccolo, per te… Strano, ma ogni volta che lo vedo mi ritrovo in quell’albergo, con la taviani che non volle partecipare… in una delle mie ultime notti felici e totalmente sbagliate. Un bacio, Sergione.

Dedicato

Con dolcezza il sipario si aprì sulla platea oscura, come una ferita che, slabbrandosi lentamente, lasci sgorgare un fiotto di sangue nero e tiepido. Il calore animale, proveniente dalla sala gremita, si riversò sul polveroso assito del palcoscenico, un’ondata tiepida fremente di sussurri, respiri, bisbigli. L’ingordigia millenaria del pubblico, mai placata, mai appagata sino in fondo, pretendeva un nuovo spettacolo. Una distesa di occhi curiosi e irrequieti aspettava,  ansiosa,  nel buio. Alle prime luci di scena il fragore dell’applauso si spense, spezzettato.

Per tutto il tempo lui era stato lì, immobile nel retropalco. Quando i versi, ben noti, avevano cominciato a scivolare lievi nella sala ormai silenziosa, aveva sentito nelle vene come un ruggito. Un mugghio di piacere ancora da soddisfare gli aveva gonfiato le verdi arterie sul collo e gli occhi avevano lampeggiato selvaggi nel buio. I sacrifici umani, le torture, i roghi, le bighe, i cozzi mortali, le zanne splendenti delle belve nell’arena, i duelli, le sfide, lo spettacolo della vita e della morte, “lo spettacolo” pulsava quasi osceno nelle sue viscere. Con un gemito si era quasi aggrappato a una polverosa  cassa nera, di quelle che i tecnici utilizzano per trasportare i materiali di scena, e aveva lasciato che il dolore prendesse il sopravvento.

La platea adesso rumoreggiava, come uno stomaco soddisfatto.

Lui provò a fare un passo, poi un altro; con uno sforzo immane lasciò la cassa nera e ne ebbe la stessa sensazione di un naufrago che abbandoni il salvagente. Con fatica guadagnò un angolo remoto dietro le quinte, una specie di nicchia tra arnesi in disuso. Solo lì ricominciò a respirare con regolarità; il suo sguardo annacquato ritrovò un barlume di coscienza, tornò presente a se stesso. Dopo un po’ uscì.

L’aria fuori era fresca; una bella sera di fine ottobre avvolgeva la grande piazza del teatro, appannando appena i contorni reali delle cose. Reale? Cosa può essere considerato reale da un attore?

La sagoma dell’automobile, laggiù, era reale. Affrettò il passo, attraversando la piazza deserta con una sorta di disagio antico. L’oscurità misteriosa della notte non era la stessa delle quinte; si sentì una preda facile così solo, lì in mezzo. L’eco ingigantita dei suoi stessi passi lo inseguiva risuonandogli nelle orecchie. Corse. Corse come fosse braccato. Il rombo ubbidiente della sua auto gli accarezzò la nuca, materno; abbozzò un sorriso – Che stupido, di cosa aveva avuto paura? –

La strada lucida e silenziosa era la stessa di ogni sera, si avvolgeva snella alla campagna, come un lungo nastro grigio. Gli venne in mente che, vista dall’alto, poteva sembrare un filo d’argento, di quelli che si mettono intorno all’albero di Natale.

“Che cosa vuoi, quest’anno, da Babbo Natale? Devi scrivere una letterina! Devi essere buono o non avrai nulla!” Lui era stato buono, era sempre stato buono. Era stato buono, buono, buono …

Pigiò sull’acceleratore.

Per anni e anni era stato il più buono; anni e anni, ad aspettare, buono, la sua magica occasione. Forse a Natale, questo Natale, avrebbe recitato ancora una volta.  Un’ultima volta, a Natale.

Quelle luci laggiù, che belle! Allegre, sulla strada, così grandi, si avvicinano e diventano stelle abbaglianti attraverso le lacrime.

L’applauso è un boato di ferro rovente, un mare di occhietti rossi in platea.

“Auguri! Buon Natale!”

La luce …

Chi è di scena?


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per Sergio Consani

gennaio13

ricordi il gioco dei racconti che facemmo una sera in albergo con Piovani?Era il ’94 e io arrivai terza, fu la prima volta in vita mia che scrissi un racconto…ripresi, ma sarebbe giusto dire cominciai, a scrivere dopo 10 anni nel 2004 (e ancora non ho smesso). Non ricordo più se fu il tuo racconto a vincere la gara, un racconto sulle formiche? Così mi pare di ricordare, molto divertente. Ricordo anche che Piovani pensava avessi scritto una cosa incomprensibile su un cane, mi pare. Tu ricordi il mio? Lo pubblicai nel primo libro, in memoria del magico momento! eccolo, per te… Strano, ma ogni volta che lo vedo mi ritrovo in quell’albergo, con la taviani che non volle partecipare… in una delle mie ultime notti felici e totalmente sbagliate. Un bacio, Sergione.

Dedicato

Con dolcezza il sipario si aprì sulla platea oscura, come una ferita che, slabbrandosi lentamente, lasci sgorgare un fiotto di sangue nero e tiepido. Il calore animale, proveniente dalla sala gremita, si riversò sul polveroso assito del palcoscenico, un’ondata tiepida fremente di sussurri, respiri, bisbigli. L’ingordigia millenaria del pubblico, mai placata, mai appagata sino in fondo, pretendeva un nuovo spettacolo. Una distesa di occhi curiosi e irrequieti aspettava,  ansiosa,  nel buio. Alle prime luci di scena il fragore dell’applauso si spense, spezzettato.

Per tutto il tempo lui era stato lì, immobile nel retropalco. Quando i versi, ben noti, avevano cominciato a scivolare lievi nella sala ormai silenziosa, aveva sentito nelle vene come un ruggito. Un mugghio di piacere ancora da soddisfare gli aveva gonfiato le verdi arterie sul collo e gli occhi avevano lampeggiato selvaggi nel buio. I sacrifici umani, le torture, i roghi, le bighe, i cozzi mortali, le zanne splendenti delle belve nell’arena, i duelli, le sfide, lo spettacolo della vita e della morte, “lo spettacolo” pulsava quasi osceno nelle sue viscere. Con un gemito si era quasi aggrappato a una polverosa  cassa nera, di quelle che i tecnici utilizzano per trasportare i materiali di scena, e aveva lasciato che il dolore prendesse il sopravvento.

La platea adesso rumoreggiava, come uno stomaco soddisfatto.

Lui provò a fare un passo, poi un altro; con uno sforzo immane lasciò la cassa nera e ne ebbe la stessa sensazione di un naufrago che abbandoni il salvagente. Con fatica guadagnò un angolo remoto dietro le quinte, una specie di nicchia tra arnesi in disuso. Solo lì ricominciò a respirare con regolarità; il suo sguardo annacquato ritrovò un barlume di coscienza, tornò presente a se stesso. Dopo un po’ uscì.

L’aria fuori era fresca; una bella sera di fine ottobre avvolgeva la grande piazza del teatro, appannando appena i contorni reali delle cose. Reale? Cosa può essere considerato reale da un attore?

La sagoma dell’automobile, laggiù, era reale. Affrettò il passo, attraversando la piazza deserta con una sorta di disagio antico. L’oscurità misteriosa della notte non era la stessa delle quinte; si sentì una preda facile così solo, lì in mezzo. L’eco ingigantita dei suoi stessi passi lo inseguiva risuonandogli nelle orecchie. Corse. Corse come fosse braccato. Il rombo ubbidiente della sua auto gli accarezzò la nuca, materno; abbozzò un sorriso – Che stupido, di cosa aveva avuto paura? –

La strada lucida e silenziosa era la stessa di ogni sera, si avvolgeva snella alla campagna, come un lungo nastro grigio. Gli venne in mente che, vista dall’alto, poteva sembrare un filo d’argento, di quelli che si mettono intorno all’albero di Natale.

“Che cosa vuoi, quest’anno, da Babbo Natale? Devi scrivere una letterina! Devi essere buono o non avrai nulla!” Lui era stato buono, era sempre stato buono. Era stato buono, buono, buono …

Pigiò sull’acceleratore.

Per anni e anni era stato il più buono; anni e anni, ad aspettare, buono, la sua magica occasione. Forse a Natale, questo Natale, avrebbe recitato ancora una volta.  Un’ultima volta, a Natale.

Quelle luci laggiù, che belle! Allegre, sulla strada, così grandi, si avvicinano e diventano stelle abbaglianti attraverso le lacrime.

L’applauso è un boato di ferro rovente, un mare di occhietti rossi in platea.

“Auguri! Buon Natale!”

La luce …

Chi è di scena?


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domino da laura e lory

gennaio4

l’avevo già segnalato e ora ci sono anche io 🙂lestoriedilauraetlory.splinder.com/post/19488928/Domino+-+America+di+Cinzia+Pie

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la barba

novembre26

un mio racconto uscito su questa rivista che è anche on line
issuu.com/rstaroccia/docs/display_numero4_novemre2008_web/22

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sul sito di Nicla Morletti

settembre22

la mia piccola partecipazione emotiva a un problema (l’alzheimer) che mi sta molto a cuore…
www.niclamorletti.net/2008/09/20/festa-fine-estate/#comment-2801

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lo scarafaggio

luglio1

l’estate, qui in sicilia, non è solo periodo di mare e caldo, è anche il grande momento de Lo scarafaggio, detto la ‘bratta’ qui da noi (blatta). E poiché nei supermercati i veleni vanno a ruba e io stessa, sì lo confesso, per quanto animalista… Be’, con quello che segue faccio ammenda.

Lo scarafaggio

È difficile raccontare la mia storia. I precedenti illustri, letterariamente parlando, rischiano di tarpare le ali a qualsiasi velleità artistica. Non mi resta che narrare con parole povere, terra-terra; come s’addice, d’altronde, a uno scarafaggio. Tale nacqui, mi pare ieri, e subito mi toccò zampettare veloce, per districarmi dal caotico brulicare di fratelli e sorelle, cuccioli spauriti, disgustati dal comune contatto di antennucce vibranti e zampine pelose. Inespressivi occhietti lucidi che si fissano, privi di sentimento, in gara per la fonte di cibo più vicina. Non potrebbe essere altrimenti, tuttavia, poiché nasciamo soli, sfuggiti e abbandonati dal principio. Ci vuole una gran forza d’animo, lasciatemelo dire; e l’autostima, col tempo, non aumenta di certo a sentire certe esclamazioni: “Ah, che brutta bestia!Che schifo, uno scarafaggio… schiaccialo, schiaccialo!”.

 Ma non ho intenzione di piangermi addosso; ognuno ha la croce che riesce a portare. In fondo, numericamente parlando, gli insetti, e gli scarafaggi in particolare, sono dei vincitori. Colonizzatori del mondo terreno-aereo-acquatico. Un esercito senza pari che oppone a ogni perdita nidiate sempre più numerose, forti, furbe, resistenti ai veleni e prive d’amor proprio. Uno solo di noi può gettare nel panico un nemico ben più grosso e forte e, se per caso attacchiamo in gruppo, veniamo annoverati tra gli eventi storici di rilievo, come piaghe certo… ma non si può avere tutto, no?

Tornando a me: non ho notizie dei miei parenti; non ho mai sentito l’esigenza d’informarmi, forse perché la blatta è un animale solitario, sebbene viva in grandi comunità. Protetta dalle tenebre esce da sola al calar della sera, mimetizzandosi in foglia secca, cacca, ombra. Sarebbe una vita perfetta se non perdesse la testa davanti al pericolo, mettendosi a correre di qua e di là come un’invasata. Tale è per lei la vergogna d’esser vista. Soffre di un orrendo complesso d’inferiorità, del tutto spiegabile in effetti, come ho già detto, che ha come radice prima l’abbandono materno. Se restasse ferma, lì, nel cono d’ombra, nessuno la noterebbe; tanto meno le darebbe la caccia: ché nessuno ambisce alla raccolta di blatte come passatempo. Invece no! Le sue antennucce cominciano a vibrare impazzite e le zampine si danno a una corsa frenetica e immotivata. Il cuoricino pompa al massimo, tanto da offuscarle la vista, e così la stupida finisce proprio tra i piedi di chi cercava di evitare. Spesso, ahimè, succede l’inevitabile, in mezzo a urla isteriche e maschie parolacce. Già perché lo schiacciatore casuale di blatte non si diverte affatto in questa attività, al contrario di altri cacciatori. Come dargli torto? Persino il disinfestatore di mestiere, pagato in sonanti banconote, è notoriamente ricoperto d’infamia. Si è mai sentito qualcuno vantarsi di eliminare blatte?

 

“Che lavoro fa il tuo papà?”.

“L’ingegnere, e il tuo?”.

“Oh, il mio ammazza scarafaggi!”.

 

 Non sarebbe granché come biglietto da visita, bisogna riconoscerlo. Insomma siamo soli, uniti tra noi da semplici regole di sopravvivenza. E siamo esseri semplici, forse perciò esistiamo dall’inizio della storia del mondo. Ma adesso vorrei davvero raccontare dall’inizio: ci fu una grossa esplosione, si narra, e la terra… Ma scusate, sento qualcosa… dei passi? Ho paura… paura, devo correre… no, non devo… ma sento che sto per farlo, ah… sì corro corro…

Splaf

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