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Cinzia Pierangelini

Blog di una narratrice musicista

a Marta, mia figlia

marzo7

Non mi sentivo mai sola

 

 

 

 

“E allora?”

“Minchia!”.

 

Cominciò così, cara. Tuo padre con l’orecchio appoggiato alla porta del bagno e io chiusa dentro con quell’oggetto della felicità o dell’infelicità, dipende, tra le mani. In piedi, mezza nuda alle cinque del mattino, a scrutare quella specie di termometro della vita, come fosse un oracolo.

 E oracolo lo è, in effetti, predice il futuro: Sarai madre. Oppure: tutto okay, sei ancora figlia.

 

“Che vuol dire Minchia?”.

“Vuol dire: auguri! Sei papà!”.

“Cazzo!”.

 

Lo so: non è il massimo della poesia, cara. Ma andò così, né più né meno. Partimmo un’ora dopo, ci aspettava un mese di concerti in giro per l’Italia, in una Peugeot a due porte: io, tu, papà, il cane, il violoncello, il violino, un collega, le valige, il violino del collega, le sue valige. Agosto. Senza aria condizionata.

Ma questo non puoi ricordarlo, perché eri ancora me. In me. Di me.

 

 

E ci guardavamo, ogni tanto, io e il tuo papà, come avessimo un segreto, un progetto, un piano.

Un piano…

Te.

Posso dirti, però, che fosti la miglior bambina-feto che potessi desiderare: niente nausea, svenimenti, malumori, voglie. Solo una fame terribile: sei chili già il primo mese.

Suppongo che crescessi felice, cullata dalle note; e che crescessi era fuor di dubbio: la mia pancia continuava ad aumentare e così il mio appetito.

 

La regola: non si deve poggiare il gomito al corpo nel suonare il violino, perse presto il suo senso. Non era il gomito ad appoggiarsi ma il corpo a tendersi.

 Quella pancia smaniava d’accoglierti, faceva largo spingendo via intestini e frattaglie: ‘Via! Spazio alla nuova arrivata, che diamine!’.

 E le tette? Oh… anche loro: ‘Dobbiamo gonfiarci!’ recitavano, passando dalla terza alla quarta. ‘Di più’ dalla quarta alla quinta. ‘Ancora’ sfiorando ormai la sesta. Adesso provavano ad allontanare quel gomito impertinente che, nei passaggi acuti, le comprimeva, tentando invano di farle recedere dall’obiettivo. Scoppiare?

 

Mi scoppiarono i pantaloni, invece. A teatro, alla fine della prova di assestamento; quella che si fa un’ora prima della recita per trovare la giusta collocazione, riprendere l’orecchio all’acustica della sala, smaltire l’eccesso di adrenalina, riscaldare gli strumenti, spolverare i passi ardui.

Li avevo comprati nel pomeriggio. Pre-maman! Neri, di velluto, con l’orribile cinta regolabile che mi pendeva davanti solleticandomi le gambe. La buca dell’orchestra era collegata alla sala da un’impervia scaletta di ferro e, invece di fare il giro attraverso i camerini, uscivamo tutti da lì, sportivamente.

 Anche io.

Pum!

Davvero. Fecero pum, in faccia al collega che mi seguiva, come un palloncino. Si gonfiarono ed esplosero nello sforzo della salita, lasciandomi in mutande. Pre-maman, le mutande intendo.

 Non sarebbe stato nulla se poi non avessi dovuto affrontare lo sguardo della negoziante. “Ma come ha fatto?” mi chiese, fissandomi con occhio malizioso. Cosa immaginava guardando il foro lacerato? un foro a stella, sfilacciato, che pareva la deflagrazione d’una mina. Mi tenni dal mormorarle, perversa: ‘Sa, voglie di mamma…’ e: “Sono esplosi” dissi, abbassando lo sguardo.

“Impossibile!”.

“Lo penso anche io”.

Mi cambiò i pantaloni, cara; ché a guardare quella mia pancia enorme, che ormai aveva superato di molto le tette, scosse la testa. Insomma, per quanto la gente ormai faccia di tutto… non poteva essere, no.

 

Cosa non si è disposti ad accettare, per un figlio…

 Persino di rinunciare a portare a spasso il cane. Soprattutto quando il tuo ventre, enormemente dilatato, ne copre la visuale e qualcuno, per strada, ti urla: “Attenzione, le stanno montando la cagnetta!”; e, solo allora, scopri che quel botolo, quel randagio lì, non era venuto a giocare, eh no! faceva terribilmente sul serio, laggiù, all’ombra del pancione.

 

Ma ero fiera, sai, di te. Mi sentivo speciale: un cavaliere della vita futura, una promessa. Una gigantesca promessa.

Be’ perlomeno finché non incontravo la figlia del notaio, quella che era al mio stesso mese ma indossava ancora gli abitini modellati e anzi quei cinque chili in più, che aveva messo in tutto,  la facevano procace, finalmente. Desiderabile.

Glielo leggevo negli occhi che… Pietà? Per come arrancavo senza sapere dove mettevo i piedi? Perché nel lettone mi ci volevano dieci secondi buoni a girarmi di fianco? Perché portavo ormai ciabatte quarantuno? Perché dovevo chiamare il tuo papà a sollevarmi dalle poltrone? Perché in orchestra dovevo suonare quasi sdraiata e vedevo a fatica la parte sul leggio?

Quisquilie, cara. Ero fiera, puoi starne certa.

Quasi sempre.

 

Così accettai di tornare a fare un paio di spettacoli con x, il grande, famoso x!

“Come stai?”. Al telefono.

“Al settimo cielo, sono incinta”.

“Ma bene! Auguri! E te la senti di suonare?”.

“Ma certo!”.

Non so cosa immaginasse… Incinta, sì.

In effetti, si può essere incinta in tante maniere. Magari non si aspettava quella. Magari pensava incinta come la figlia del notaio.

Imbarazzante.

Intendo io, noi insomma. Eravamo imbarazzanti sul palco. Assolutamente non celabili. Scommetto che ci guardavano tutti, invece di concentrarsi sullo spettacolo.

 Anche lui, x, mentre dirigeva. E non mi pareva affatto contento, no.

Grande x. Dopo due giorni mi presentò una biondina smunta, una dell’est. Affamata pareva, sì. Quaranta chili con tutto il violino.

“Ti sostituirà, da domani… ché mi sembri stanca, e poi i figli sono una cosa seria: non dovresti stressarti. Magari le spieghi un po’ lo spettacolo, le dài le dritte, lei oggi ascolta e poi… Va be’, ma ci sentiamo per la prossima produzione e mi fai sapere come stai, eh? Dopo che… eh! Dopo un po’, certo, torni a lavorare con noi, ah? ma prima… eh, bisogna pensare ai figli prima. Giusto?”.

“Giusto”.

 

Saluti e baci, grande x. Non ti ho visto più. Il pubblico avrà ricominciato a guardare lo spettacolo, sì.

 

Ma  ho tirato, sai? Che credi! Fino alla fine.

Ho tirato finché le mie dita, grosse come salsicciotti, hanno smesso di obbedire: pigre, lente, in perenne ritardo sul pensiero.

 Ho tirato fin quando, al mio apparire sui palchi, non si levava chiaro un ‘Ooohh’ di sorpresa. Disapprovazione? Comprensione? Umana pietà? Sbigottimento circense?!

Non so.

Ho tirato fino a leggere antipatia nel compagno di leggio che, con gentilezza odiosa, chiedeva: “Scusa, puoi spostare la pancia? non vedo niente”.

Ma chi se ne frega, cara. Eravamo noi, accidenti! Due in una. Una in due. Non so: ma non mi sentivo mai sola, sai? Mai.

Sarà stato per quei trenta chili in più?

 

pubblicato nella/e categoria/e I miei libri, Parole in regalo
8 Commenti to

“a Marta, mia figlia”

  1. Avatar marzo 7th, 2008 alle 10:38 Arry ha detto:

    Miao…miao…

    Un sorriso enigmatico

    Lo Stregatto


  2. Avatar marzo 7th, 2008 alle 13:07 colfavoredellenebbie ha detto:

    Bello, bello, bello.

    (e dolcissimo)

    z., con un saluto


  3. Avatar marzo 7th, 2008 alle 22:48 Soriana ha detto:

    Tenero, spassoso, estremamente realistico…(ne so qualcosa, violino a parte…)

    Brava, come sempre.

    Milvia


  4. Avatar marzo 8th, 2008 alle 01:07 Soriana ha detto:

    Altri avvistamenti

    [..] Per l’otto marzo regala rose, Cristina Bove Arteinsieme Fresco fresco il nuovo numero della rivista di Renzo Montagnoli Da Morgan La camorra è più vicina di quanto sembri. Un nuovo spazio: Il regalo che si/ci [..]


  5. Avatar marzo 8th, 2008 alle 08:59 kinglear ha detto:

    Ho fede solo in te

    Non mi dire dei Cieli

    o di Angeli che non vedo

    Raccontami di te,

    di come sei bella nuda

    quando sogni davanti

    allo specchio la vita eterna

    che sai è già dentro te, Bimba

    Smaaackkk

    Beppe


  6. Avatar marzo 8th, 2008 alle 21:06 cochina63 ha detto:

    ma grazie miei cari, su declinato al femminile, nella bella iniziativa di francesca mazzucato e sabrina Campolongo: un altro racconto.


  7. Avatar marzo 11th, 2008 alle 07:57 giarina ha detto:

    bello.


  8. Avatar marzo 11th, 2008 alle 08:41 cochina63 ha detto:

    grazie…


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