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Cinzia Pierangelini

Blog di una narratrice musicista

regalino

giugno17

finita la prima mastodontica correzione su pdf (quindi ciò che posterò non è corretto) vi regalo uno dei capitoletti del lungo racconto inserito nella prossima raccolta, racconto dedicato a Julia Pastrana e che inizia con la citazione di un brano di una bellissima posia di Patrizia Cavalli. Buona lettura e buona serata.

Giuseppe e Maria!

 

Ché se Tania non avesse fatto tutte quelle storie di tornare indietro e andare avanti e ritornare indietro, sino a doverla trascinare per i capelli, se il mulo avesse camminato a dovere, senza impuntarsi a ogni salita e a ogni discesa, se non avessero perso tutto quel tempo a cercare di ricomporre le lenti di Carmine, pestate sotto lo zoccolo testardo di quella stupida bestia, se non ne fosse successa una l’ora insomma, adesso sarebbero stati già al porto di Messina a cercare un’imbarcazione che li portasse fino a Reggio o meglio a Villa.

E invece il mare era ancora laggiù, in fondo alla collina. Si sentiva, più che altro, ché da vedere c’era solo una massa scura nel buio della notte.

 Però a qualche chilometro, forse appena un paio, affioravano luci: le prime case; e l’aria, umida di grilli e salmastro, era tiepida e morbida come una carezza di bimbo. Proprio una bella nottata, peccato solo per la luna calante che non rendeva un gran servigio.

 

Carmine camminava avanti, tirando il mulo per la cavezza, gli occhi miopi spalancati sul buio come una civetta; un lume a olio rischiarava la strada un metro per volta, taccagno. Tania si trascinava stanca a lato della bestia, aggrappata alle masserizie, marcando ogni curva con la stessa domanda: “Carmine, stiamo arrivando? Stiamo arrivando, Carmine?”.

“Stiamo arrivando. Siamo quasi arrivati” rispondeva il marito, portando meccanicamente una mano agli occhiali, in quel gesto consolante di pulire le lenti e prender tempo. Solo che gli occhiali non li aveva più, la mano se ne tornava alle redini insoddisfatta, inconcludente e a lui non restava che ripetere: “Ora arriviamo, poco ci manca”.

 

Già il chiarore della città imbozzolava la pianura in  un alone latteo e Tania assaporava l’arrivo, carezzando con lo sguardo la linea falcata che, luminosa, abbracciava l’acqua del porto. Appena un ultimo sforzo: quella calata lunga verso terra, verso la civiltà.

 “Aiutami a ‘nchianare, non ce la faccio più… tanto la strada è poca ora e in discesa”. Era montata sulla bestia, incastrandosi tra le robe, stanca morta.

 

Sentirono la corsa prima: zoccoli e nitriti alle spalle, nel nero della strada già percorsa. Musi schiumanti e facce imbavagliate, all’improvviso, in un tripudio di polvere e frastuono.

“Briganti?” chiese quasi a se stesso Carmine, stringendo più forte le redini.

“Giuseppe e Maria!” implorò Tania, abbracciandosi al collo ruvido del mulo.

 

“E dove ve ne andate, Carmine, di notte? Non sapete ch’è pericoloso?”.

“Lo conosci?” gridò Tania, già piangendo.

“La notte è ladra” rise un altro.

“Ma chi siete? Che volete?” mormorò il poveruomo tentando di mettere a fuoco, col lume, quei tre ceffi intabarrati. Quattro, in verità: uno rimaneva indietro, discosto, ad assistere alla scena. “E tu chi sei? Sei il capo, tu?” gli si rivolse Carmine, lasciando le redini e dirigendosi coraggiosamente verso l’uomo.

Il colpo di fucile spaccò la notte in due, un colpo sparato in aria che diceva: ‘Non fare domande e non ti muovere’. Un colpo che al mulo fece immediatamente pensare: ‘Andiamo, di gran carriera!’.

Partì, quella bestia ottusa, veloce come non aveva mai camminato in vita sua: un galoppo di suppellettili, a precipizio verso la curva.

 Zoccoli impazziti sullo sterrato. E Carmine dietro, incurante di briganti e fucili, a riacciuffare le redini che serpeggiavano, velenose, al vento della notte e, con esse, Tania, che già vedeva sul tornante, sbilanciata nel vuoto.

 Uno sdrucciolone di zampe all’aria. Per un attimo la pancia bianca del mulo, come la via lattea, contro lo schermo del buio. “Ti ho preso!”. Scivolando, insieme a lei, nella scarpata, ben saldo alle briglie, in una caduta senza fine.

 

“Madonnuzza!” disse uno dei tre, facendosi il segno della croce. Gli altri due si levarono i bavagli. Si volsero tutti al quarto, immobile e silenzioso, aspettando a testa bassa.

Anche lui si tolse il fazzoletto, umido di fiato e galoppata nella notte, se lo allacciò al collo, lentamente.

“Se don Nitto lo scopre ci fa ammazzare come cani” disse l’uomo, girando il cavallo, col chiaro intento di levarsi da lì al più presto.

“ E ora? che facemu? niente ci prendiamo? Ché forse scendendo, a leggiu a leggiu, ‘nta forra, qualcosa si può rimediare”.

“Ma che ti vuoi prendere… ci manca che ci scoprono per qualche motivo. Niente. Deve sembrare una disgrazia. Fate sparire ogni traccia e controllate che siano morti, ché a questo punto… morti devono essere ”. L’uomo  partì al trotto.

“Era meglio se non ci davamo retta a chistu… tutto per quattro soldi!E noi che ci andiamo dietro come cani, ché è il capo… il capo di ‘sta minchia! guarda che va a capitare, poverazzi” sussurrò  quello che s’era fatto il segno della croce.

“Mutu! Che fai: ti tiri indietro? Che ne potevamo sapere? E poi ci guadagnavamo qualcosa pure noi, no? Una disgrazia è stata”.

“Una disgrazia ‘sta minchia!Vedi che bel guadagno che ci abbiamo fatto: solo noi c’eravamo quannu Nitto ha detto che se ne erano partiti con tutte le robe”.

“Ma ‘mbriaco persu era, ti pare che si ricorda chi c’era e chi non c’era? E poi, sembrerà una disgrazia veramente”.

“Scinnemu a controllari, va’”.

“Io no. Aspetto ccà”.

“Cosimo, non è che te ne scappi, vero?”.

“No, faccio la guardia”.

“Bravo, ché ‘sta cosa a tutti ci riguarda, nessuno si può tirare fuori ora, capisti?”.

“U sacciu”.

 

Un’alba livida si rifletteva metallica sul mare, lo Stretto pareva quello che era: acqua, a dividere due coste affini; nessun abbraccio nella linea falcata, solo fortificazioni per scacciare gli intrusi.

 

da Un’altra Julia

pubblicato nella/e categoria/e I miei libri
10 Commenti to

“regalino”

  1. Avatar giugno 17th, 2007 alle 21:46 cochina63 ha detto:

    “No, faccio la guardia”.

    “Bravo, ché ‘sta cosa a tutti ci riguarda, nessuno si può tirare fuori ora, capisti?”.

    questa assonanza dà fastidio?


  2. Avatar giugno 17th, 2007 alle 22:51 smn ha detto:

    A me poco… guarDIA e riguarDA non sono tanto assonanti. Magari ti piace “a tutti ci interessa”? Oppure “ché dinto ‘sta cosa tutti je semo (je simo? Ce sumo? Glie stamo? Ci truvemo?)” Vabbe’ insomma vedi tu se va bene qualche espressione dialettale ^^

    Simone


  3. Avatar giugno 18th, 2007 alle 07:28 cochina63 ha detto:

    che strano Simo… ho avuto l’impressione di aver già avuto una discussione simile con te… A me non dà fastidio se no l’avrei cambiata, avevo il dubbio però. Grazie.


  4. Avatar giugno 18th, 2007 alle 09:34 lucaintona ha detto:

    Bel brano, Cinzia, mi è piaciuto il ritmo, il passo del racconto.


  5. Avatar giugno 18th, 2007 alle 09:49 cochina63 ha detto:

    grazie Luca, son contenta.


  6. Avatar giugno 18th, 2007 alle 13:42 smn ha detto:

    Dejà vù? O forse la realtà è che sono il tuo editor travestito ^^

    Simone


  7. Avatar giugno 18th, 2007 alle 17:21 cochina63 ha detto:

    naaaaaaaaaa!


  8. Avatar giugno 18th, 2007 alle 21:29 Soriana ha detto:

    Regalino? No, molto di pù, Cinzia! Veramente bello, pieno di coloriture, il tuo racconto. Con espressioni azzeccate e originali. Quel “già il chiarore della città imbozzolava la pianura” mi piace un sacco. Brava e grazie del dono.


  9. Avatar giugno 19th, 2007 alle 08:45 utente anonimo ha detto:

    Ritmo e colore. Belli. Si legge con emozione.

    MariaGiovanna Luini


  10. Avatar giugno 19th, 2007 alle 12:54 cochina63 ha detto:

    grazie ragazze (si è sempre ragazze, noi ragazze). Questo racconto, di cui ho postato un brevissimo capitoletto, ha rischiato di diventare un romanzo… e chissà che in futuro non ci rimetta mano…


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